Data inserimento o ultima modifica:
24 luglio 2018

Diari lastrigiani

Gino Mignolli, Lucenti Sorrisi 2/3


Questo capolavoro dell'Alberti merita una chiosa: Il sommo Architetto negli ultimi suoi quaranta anni è stato rettore di questa chiesa ma aborriva il per lui borgo selvaggio non disdegnandone però le laute prebende.

Sommo anche in spicciole faccende, demandate ad altri ecclesiasti le funzioni canoniche, era quanto mai, diciamo, attento a stai e orci, con ingente profitto e altrettanto malcontento dei villici.

L'abside fu eretta postuma su suo progetto e pecunia, come aveva disposto nelle volontà testamentarie, sicuramente per un tardivo rimorso spirituale.

Recenti rilievi ne hanno riscontrato un disassamento e la diversa inclinazione dei due pilastri frontali, pecche edificatorie pur minime ma impensabili per i mastri muratori dell'epoca.

Se aggiungiamo che nell'intero complesso non si è trovata traccia, né lapidea né cartacea, in memoria di Messer Baptista de Albertis, né notizie della missa sempiterno pro rimedio animae, arbitrio legatizio nel lascito, congetturo una damnatio memoriae et silentio dei selvaggi villici.

Entro dalla Porta Pisana nel murato Castello della Lastra.

Questo borgo pur piccolo, neppure quattro ettari, è la sua estensione; fin dall'alto medioevo è stato per Firenze importante per i traffici fluviali e per le manifatture laniere.

A cavallo del XIV e XV secolo fu fortificato con mura e torrioni sotto la supervisione dell'allora in auge architetto militare Filippo Brunelleschi.

Nello stesso tempo la potente fiorentina Arte della Seta eresse, primo esempio laico, lo Spedale di Sant'Antonio, con avveniristiche impostazioni: reparti separati per sesso, per i contagiosi, per i bambini, ricovero per i viandanti e altro ancora, su progetto del Brunelleschi, secondo una credenza paesana, attribuzione non documentata ma per lo stringente richiamo con l'Ospedale degli Innocenti nella fiorentina piazza della Santissima Annunziata.

Chi riporta queste note è nato proprio al centro di quest’abitato, dirimpetto alla Misericordia, Confraternita che, compiuto mezzo millennio, è più attiva che mai grazie agli oltre 300 confratelli.

Il ragguaglio con le anime viventi, una dozzina di migliaia, risalta lo spirito di grande famiglia in cui è cresciuto.

Nella Chiesa della Misericordia una tavola dugentesca, Madonna con Bambino, ben restaurata dopo l'ultima esondazione dell'Arno, mostra quanto bravo sia stato il maestro di Giotto.

Annoto che l'alluvione del 1966 è stata l'unica patita dall'antica Lastra.

Infatti, da sempre al minimo segnale di tale pericolo i preposti sigillavano le due porte basse delle mura e il deflusso e, se la pioggia insisteva, in Via Gora i rialzati marciapiedi proteggevano alla bisogna.

Purtroppo quel tragico 4 Novembre era un giorno di festa e allora ognuno immagina il risultato di un pubblico servizio.

Nell'Ottocento con la rivoluzione industriale e lo sviluppo delle manifatture della paglia, che con i signesi canotti rese Firenze ancor più famosa nel mondo, arrivò, assieme al tramway, un benessere che permise ai Lastrigiani laiche inclinazioni culturali e ricreative;
nella sala più vasta del vecchio Spedale fu aperto il teatro Giotto e in Piazza del Mercato, nel palazzo Baroncelli, il Cafe Chantant Excelsior, il cui giardino sul retro attesta alle mura con un tempietto dove, tra metropolitani tendaggi e lustrini, cocotte d'alto bordo dispensavano piaceri, ma la loro troppa alta navigazione lasciava noiosi ricordi ai virili lastrigiani, fino a quando il podestà chetò il locale.


Un altro accadimento, purtroppo meno ameno, avvenne in quell'epoca e attiene lo sfortunato Dino Campana.

Il selvatico e sublime poeta, stanco del suo peregrinare e amareggiato per la mala accoglienza degli intellettuali fiorentini ai suoi Canti Orfici, nella primavera del 1916 si riparò, alquanto malconcio, dal babbo, direttore didattico a Lastra a Signa che alloggiava alla locanda Sanesi.

Dino vi rimaneva sempre rintanato a vergare poesie e lettere.

Quando usciva, per il suo anarcoide comportamento e lo stravagante vestire, era oggetto di scherno, lui diceva cuculo, dei ragazzi, oggi tacciati di bullismo rusticano, fino a quando, due anni dopo una sua veemente e manesca reazione, indusse le autorità all'internamento nel vicino manicomio di Castel Pulci, senza più uscirne, come ricordano le belle pagine di Sebastiano Vassalli nel suo romanzo La notte della Cometa.

Da tanto rammaricato m’incammino verso Sant'Ilario a Settimo, levantino confine della Lastra.

Visita non indotta dalla chiesa pur d'impianto romanico ma dal tesoro che si trova nella grande canonica trasformata in una struttura ricettiva, Casa don Lelio, per l'accoglienza dei bambini oncologici e i loro familiari in cura all'ospedale Meyer.

Gli ospiti vengono accuditi da tante volontarie la cui opera assistenziale si estende da un’attività manuale al devoto dialogo con le giovani coppie che, tornate da Careggi, di una parola di conforto ne hanno bisogno più del pane. I non rari tragici esiti vengono ricordati con la messa a dimora di un frutto nel vicino Campo delle Farfalle.

Irrobustito da questa realtà, decido di farla tonda; costeggio il parco della Villa Tassinari e il bosco dei Cerreti e, col fiatone, scollino la collina di S. Romolo, la più alta della zona.

Una ripida diramazione mi porta sul culmine di questo poggio in un vasto pianoro perfettamente livellato dove, dal 1242, la campana della chiesetta scandisce nella vallata tempi e funzioni.

L'insediamento era da tempo abbandonato ma la volontà di Don Norberto, vero parroco, e l'opera di tanti volontari hanno trasformato la canonica in una colonia per le centinaia di compaesani ragazzi che in estate con i loro schiamazzi lo ravvivano.

Rimuginando da chi e con quali mezzi è stata resa in perfetta forma tronco-conica quest’altura di sasso colombino, mi appresto al rientro.

Fiancheggiata la Villa Guerrina, che molti di noi conoscono, e la Villa Altoviti con un rinomato affresco di Luca Giordano, arrivo a Calcinaia, antico abitato collinare, noto nel circondario, per la cattiva nomea dei suoi borghigiani.

Appoggiato al vecchio pozzo nella corte laterale della Piazza De Gubernatis, mi godo la peculiarità di questo spiazzo su cui si affaccia un gentilizio oratorio in pietra serena sfortunatamente assai rovinato.

Faccio svanire auto, tettoie, tralicci e l'antenna televisiva che sovrasta la banderuola segnavento.

Così riesco ad apprezzare l'armonia di questa piazza intima e raccolta, una vera agorà, non soffocata dal palazzo del famoso conte torinese cui doverosamente è intitolata, grazie ai sottostanti terrazzamenti contornati dai cipressi e delimitata da acconci ed eterogenei edifici nelle forme e scompigliati da altane e verande.

A tramontana il muraglione di riparo è ingentilito da merli, intonati con quelli di foggia ghibellina della torre cui si attesta.

Questo mio apprezzamento è sicuramente influenzato dalla figura di Angelo de Gubernatis.

L'insigne letterato, abbandonato i gentilizi palazzi, nella seconda metà dell'Ottocento, si stabilì a Calcinaia ristrutturando vecchie case dei Pandolfini per ricavarne un comodo palazzotto, incurante della mala accoglienza riservatagli, a riprova della non specchiata rinomanza di questo popolo che, tradizione recita, viene battezzato con l'acqua delle rape.

Per il suo animo liberale seppe calarsi in questo contesto, integrandosi poco a poco.

Fondò una scuola per i bambini, guadagnando ben presto la loro fiducia, e poi, con fatica, quella degli zotici genitori per i quali istituì la Società dell'Unione Istruzione e Lavoro dove insegnava quelle nozioni scolastiche all'epoca riservate a pochi.

Durante i coinvolgimenti per educare questi campagnoli a un consono comportamento sociale apprese e fece incetta di leggende, cantate, favole, superstizioni facezie e altro ancora, indispensabili fonti per le future sue opere demologiche che lo resero ancor più famoso.









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