Data inserimento o ultima modifica:
20 luglio 2018

schioppapalle
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Diari lastrigiani

Gino Mignolli, Lo schioppapalle 1/5


Lo schioppapalle

Velato di malinconia il mio pensiero dell'Arno, così vivo e in auge quando Spadaro stornellava specchiandosi affacciato alle spallette dei lungarni fiorentini, ma presto scivolato in agonica sorte con noncuranza generale, solo per poco smessa per l'esondazione del '66, pur apprezzando i recenti interventi mitigativi nella Piana Lastrigiana.

Amarezza acuita giacché a questo fiume hanno attinto gli italici progenitori e le cui acque oggi lambiscono ponti e palazzi, espressioni dell'umana genialità.

Ben lontano dal Falterona è la polla delle mie reminiscenze fluviali. Sgorga infatti nella Piazza del Mercato, al centro dell'alta cinta muraria , turrita e merlata , che il Brunelleschi all'inizio del Quattrocento eresse a difesa della Lastra, importante borgo al tempo per l'attività tessile di Firenze, dove nell'immediato dopoguerra venne installata una fontanella comunale attestata all'antica via maestra da un lastricato di pietra grigia della Gonfolina così ben ordinato che divenne il campo di gara per le infantili nostre dispute con le murielle.

Dall'aggraziato basamento in muratura, con l'apice e la vaschetta di scolo in speculari semicerchi, intonacato a cemento, senza velo, simulandolo così a un monoblocco di pietra serena per un acconcio inserimento nel contesto, aggettava il bronzeo beccuccio della fontana lucido perl'assiduo uso, comandato da un pulsante mollato, da cui copiosamente l'acqua sgorgava sprigionando la forte pressione impressa dall'alto deposito di Calcinaia alimentato della Fonte di SAntonio, rinomata per la sua purezza.

Ancor oggi nel Rimaggio, al Ponte Torto, ove tracimando fruisce, dall'alba a notte inoltrata un crocchio con taniche e bottiglioni confabula nell'attesa.

 Era a questa conca che la mamma mi intimava di riempire la mezzina di rame scampata dalla non troppo volontaria campagna dell 'oro alla patria , allora di fresca memoria e l'autarchico secchio di brattea zincata, col manico e le fasce ai bordi in piattina d'ottone, aggiustato da un lontano parente meccanico nelle Officine De Micheli di Firenze, opaco per le troppe strofinature materne con la lana d'acciaio, ancor più in contrasto rispetto agli ambrati riflessi dell'altro boccale.

All'evenienza lesto le disobbedivo attingendo l'acqua di nascosto alla vecchia pompa a stantuffo proprio dirimpetto al nostro portone, attestata al pilastro mediano del portico dello Spedale di S. Antonio, che aspirava l'acqua da un pozzo dall'incerta potabilità, per le doccionate lì convogliate delle tante falde di copertura di questo vitruviano edificio, attribuito all'Alberti per credenza paesana. Ricorrevo a questo sotterfugio per accorciare il tragitto, risparmiando le energie abbisognate, specialmente nella spola dei giorni di bucato, per affrontare le ultime rampe dell'acclive scala che sbarcava proprio sull'uscio di casa.

Erano tre grandi ammattonate stanze, di passo, e un salottino con l'ambrogette aldilà dell'andito condominiale, nel sottotetto al terzo piano di un vecchio anonimo edificio, ben spartanamente rifinito; dimora aerata, pur carente nella finestratura, per le non poche tegole sbeccate, che con catini e bacinelle ben piazzati i rovesci dotavano, almeno al momento!, di acqua corrente, ma ahimè atte alle solleonesche calure e all'imperversante iemale tramontana, che rintuzzava dei veggi e caldani il parco tepore.

Il comune desiderio della bella stagione in me diveniva irrefrenabile aspettazione. L'arrivo dell'estate mi ubriacava di piaceri a lungo attesi: la mai amata scuola finalmente così lontana; il mio compleanno, per poter gustare il succulento coniglio in dolce e forte, arricchito di cioccolata e pinoli, ingredienti con cui la mamma avrebbe farcito la classica mantovana, tradizionali piatti a perenne gratificazione di questa mia ricorrenza; e la campagna nel suo splendore, che con le ciliegie avviava la stagione dei frutti. Ma soprattutto potevo andare sull'Arno, evasione piacevolissima che oltre a permettermi scialacquatori lavaggi, mandava in vacanza la mia mansione acquaiola.

Dopo pranzo, con le canoniche raccomandazioni materne, accompagnato da mio fratello maggiore – e la domenica anche dal babbo – mi avviavo felice verso il fiume con un piccolo asciugamano di tela e dei pantaloncini una volta elasticizzati, presto slabbrati – ancorché i rammendi della vecchia zia di casa – arrotolati su un pezzo di sapone di Marsiglia e tenuti ben stretti sotto l'ascella .

Lasciata Viagora e oltrepassato il grande casolare dei Mazzoni di passo svelto, se non di corsa, salivo sull'argine maestro fino alla strada vicinale, dove poco avanti il Ponte di Rimaggio scendeva in golena, disimpegnando i fertili campi rigogliosi di messi e ortaggi che tappezzavano l'intera zona racchiusa dall'Arno, dal ricordato Rimaggio e l'altro affluente a monte, il Vingone.

Per arrivare poi all'Albereta sulla foce di questo torrente, usuale ritrovo dei giocatori di toppa, assai bazzicato specialmente nei fine quindicina di paga, dove i primi squattrinati si rendevano guardiani di sgradite comparse ….. in uniforme !

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