Data inserimento o ultima modifica:
24 luglio 2018

Diari lastrigiani

Gino Mignolli, Parrocchia di S. Stefano a Calcinaia


Un’altra storiella di Giovannino, pur incerta, merita di essere noverata:
Alla fine dell’Ottocento alcuni contadini di Calcinaia, intimoriti bestemmiatori, sperando in un’assoluzione certa e plenaria, decisero d’andare a Roma dal Papa, portandogli in omaggio alcuni corbelli di pine verdi.

Il viaggio fu lungo e faticoso.

Arrivati nell’agro romano, come ogni sera avevano fatto, cercarono l’erratico riparo nel fienile di un casolare.

Il capoccia di casa, saputa la storia, fece notare a questi villici pellegrini come si erano sbagliati nella scelta dei regali.

Disse loro che nei giardini vaticani svettavano i pini più belli di Roma e che pertanto il Papa non avrebbe apprezzato  i loro doni, convincendoli nel contempo a omaggiarlo con dei fichi, il cui gusto era a lui gradito, che l’ospite, in cambio delle pine, avrebbe potuto dar loro.

Fatto l’incongruo baratto, all’indomani, più leggeri lestamente raggiunsero il Vaticano, protetto da mura e cancellate.

All’ingresso di Sant’Anna, impettiti gendarmi in policrome e buffe uniformi, statuari e imponenti per la lunga alabarda impugnata e i lucidi morioni, precludevano l’accesso ai viandanti, pur a modo loro munifici.

Ligi alle consegne, nel tipico pragmatismo svizzero, le guardie rimasero insensibili alle suppliche degli zotici pellegrini che, presagito lo svanire dei sacrifici delle  fatiche sobbarcate, riemerse in loro l’antico carattere reattivo ai soprusi che innestò così un inevitabile alterco.

Ma la disparità delle forze in campo li costrinse a fuggire, inseguiti dai giannizzeri, che lanciavano loro addosso una gragnola dei fichi colà lasciati.

Al che un sagace compagno di sventura esclamò: “Meno male che non gli abbiam portate le pine!!”

Sorridendo riprendo l’erta che stretta attraversa il borgo.

Le facciate delle case sono ingentilite da civettuoli davanzali in pietra, archi in vista, meridiane posticce, grate forgiate e mandorlati. Una toppa in cotto con mattoni di diversa stampo, scampoli di lavorazioni a mano, ordinatamente murata che spicca dall’intonaco, caratterizza la strettoia.

Al limite dell’abitato, sul culmine del poggio, fa bella mostra un arco di passaggio coperto che congiunge i fronteggianti edifici, simile a quello ben più famoso del corridoio vasariano, altrettanto discreto, disimpegnando a suo tempo un convento di clausura.

Classico soggetto ritratto nelle tele dei pittori en plein air.

Mi ritrovo in aperta campagna.

Ornato dal più maestoso pino domestico della zona, a manca svetta, dall’uliveto, il villino, vera chicca liberty, delle sorelle Bonucci, signorine ben distinte in paese, sempre a braccetto nel loro incerto deambulare a causa della loro miopia, palesata da spesse lenti, frutto della loro alacrità nei ricami.

Mi attende un falsopiano che porta ad affrontare il poggio di Cupoli sul versante levantino.

Ecco in uno slargo, quale spartitraffico, un antico pozzo in pietra, immortalato, insieme a meste trecciaiole lì assise, nelle lastre dell’Alinari, le cui seppie ristampe si ritrovano in tante anticamere.

Oggi i quattro cipressi ravvicinati ombreggiano ecologici cassoni.

Il crocevia, dove si attesta la Massolina, che sale questa altura dall’altro versante, libero d’alberature, è un belvedere a tutto tondo; verso Firenze la caligine dell’afa e i veleni colà respirati, mimetizzano tante recenti brutture, per fortuna la superba cupola del Brunelleschi brilla splendida al sole sullo scenario di Fiesole mentre, sull’opposto lato, una vera campagna urbanizzata, i campi ordinati in tanti magoli con i topici filari di aceri spiccano dalle selve.

La verde valle di Rimaggio è intonsa, il treno ora sferraglia nelle viscere dei poggi; a tramontana spunta dai cipressi l’altana dell’importante villa Altoviti ad austro mi attendono le ombrose prime propaggini di Cupoli, puntello alla sovrastante poggiata di San Romolo.

Nel tratto iniziale della strada in contropendenza, dal ciglione sorretto da un muro in pietra, ingentilito da marcapiani e cimase di cotto, deborda un rigoglioso fico d’India, sgargiante per i tanti variopinti frutti rosso-ocra, contornato da un giovane cipresso ed un piccolo ulivo, in un atipico ma armonioso contesto per un felice inserimento, sono convinto riuscito anche al lontano emigrante siciliano che allora nostalgicamente lo piantò.

Il cammino prosegue sinuoso in ravvicinati tornanti, assecondando il naturale andamento del piano di campagna, scansando i massi e i dirupi.

Nello sterpo, dai macchioni di rovi e di ginestre spinose in fiore, spiccano sparsi boschetti di acacie e conifere.

Lungo le siepi a bordo strada, le alte caule di finocchio selvatico non sono state spuntate dai novelli cacciatori oggi sfreccianti su possenti fuoristrada, come, invece, erano usi fare i loro nonni, mettendole in saccoccia, pronte ad aromatizzare la lepre ancor calda.

Nei giovani vigneti ed uliveti spiccano qua e là imponenti piante di bosco, saggiamente mantenute.

I grappoli già maturi, che pendono dai filari di vite, mi richiamano alla memoria la Madonna del Pilucchino, onorata a fine settembre dal devoto popolo di Calcinaia.

Di tale venerabile Santità non troviamo traccia negli annali religiosi e pertanto merita una chiosa.

Al momento della vendemmia, di buon grado, i contadini lasciavano sulla vite i piccoli grappoli e le infruttescenze germogliate sulle estremità dei tralci a beneficio di coloro che, in seguito, andavano a piluccare, come recita la Bibbia.

Tale consuetudine col tempo divenne un vero e proprio diritto inconfutabile, pertanto il dovuto ringraziamento, alieno ai contadini, veniva rivolto a questa Madonna, la cui ricorrenza viene ancor oggi festeggiata con una merenda nei prati di San Romolo.

Pensando che presto rifarò questa strada, sicuramente in auto, riprendo il cammino.

All’interno verso Rimaggio rivedo un piccolo spiazzo contornato da mastodontici e tozzi  cipressi, cipresse il loro vulgato nome, un tempo bazzicato paretaio innumerevoli volte raggiunta all’inizio degli anni cinquanta con i compagni dell’unica sezione della scuola media intercomunale nella ricordata Villa Pinucci, allora pomposo plesso scolastico per l’avviamento commerciale, sempre lì situato.

L’insegnante di educazione fisica, il professor Pastorini, giovane tipico cittadino, svolgeva le sue lezioni nel salone al primo piano della villa con apprensione, per l’apparente instabilità del pavimento ed incurante dell’asserto dei muratori “non crolla il solaio che traballa”, così,  appena  possibile,  ci portava  in  questa   radura per   dei minimi esercizi, stante il lungo tragitto.

Il cocuzzolo di San Romolo sembra oramai prossimo ma i tornanti continuano e la stanchezza si fa viva.

Fronteggiata la Guerrina, una villa che meriterebbe peculiari note ma che una spinosa questione pendente tra gli eredi della  vecchia proprietaria e la testamentaria amministrazione comunale ne induce il tralasciamento, mi attende un pianoro qual come una verde galleria attraversa un bosco di  castagni e la cui frescura mi fa recuperare quelle energie  abbisognate per il raggiungimento della meta prefissata.

I merli che pasturano i ricci bacati e schiacciati dalle auto tappezzanti lo stradello, poco intimoriti dal viandante, aspettano l’ultimo istante per rifugiarsi nella  macchia protettrice.

Svolto a destra ed eccomi nel  centro di San Romolo, quattro case a schiera e l’appalto in angolo!

Ma la panca sulla quale per una vita  trovavo seduto l’oste, Gino il bersagliere, è vuota. 


Non riecheggia la sua stridula ma sempre festosa voce, manca pure il tavolo in ghisa col piano di marmo di Carrara dove, proprio di questi tempi, mi sedevo ad assaggiare, si fa per dire,! la spalla e il pecorino con i fichi verdini, quintessenza per i golosi col fiasco di rosso a  calo.
Quanti ricordi….

Sarei tentato di bussare alla porta di Marcella e Giovanna, figlie di Gino e care amiche, ma, accomodandomi, difficilmente potrei proseguire.

Pochi tornanti ancora e scollinando lascio la strada sterrata che precipita nella Vallemorta per avventurami nel tratturo ai piedi del bosco verso l’apice del poggio.

La vista del campanile a vela della chiesa mi rincuora, spronandomi ad affrontare l’ultima pettata, quanto mai impegnativa, ancora indicata nell’attinente cartografia via crucis.

Mi soffermo, rapito, davanti all’iniziale vista del piccolo Camposanto, strappato alla selva ed orientato verso San Martino alla Palma, pronto a ricevere i primi raggi solari per i muti ospiti.

La macchia folta di ginestroni, quercioli con le  leggere galle, rose canine, pungitopo, cornioli, ginepri, scope e corbezzoli con le bacche già indorate, deborda sull’erta, scapezzata nei secoli passati dai massi di colombino con immani fatiche rendendola carrareccia per cristiani e animali.

Esco stremato dal bosco in un pianoro di ulivi e  appare la chiesa nella sua interezza.

Ansante, imbocco il vialetto che conduce al complesso religioso, abbracciando il cocuzzolo di concerto col carro del sole, dall’alba fino dietro il dirimpettaio poggio dei Frati al tramonto. 

Un ordinato filare di cipressi contorna il viale a valle, sull’opposto lato a meriggio, nello scosceso ciglione dal giallo tappeto dei colchici, le cui serpeggianti radici ne contengono le frane, spiccano le corolle dei violacei primi ciuffi dei ciclamini.

Raggiunta la spianata culminante, appagato dell’impresa compiuta respiro a pieni polmoni. 

La spossatezza mi induce alla rinunzia delle tante belle vedute che si godono dal l' affaccio di questo grande spiazzo, ordinatamente tenuto, come del resto tutto il contesto, da Enrico, raro cultore dell’arte potatoria. 

Mi siedo in disparte sotto il fico che, col noce e altri alberi da frutto, non manca mai attorno alle canoniche di campagna. 

Rimugino ancora una volta, sulla forma di questo poggio, distintamente tronco-conica e sull’inusuale vastità di un culmine in bolla, come direbbero i vecchi muratori. 

La personale sensazione che, in tempi remoti, sia stato così antropizzato, è suffragata dalla celestiale impostazione del viale d’accesso e dall’ignoranza di un’altra simile sommità, pur nel mio annoso esercizio micologico e venatorio praticato in tantissime alture toscane.

Chissà chi, chissà quando, chissà perché, avranno ricavato questo sito?

Per riti propiziatori, per osservazioni astronomiche, per particolari celebrazioni? La mente ingarbugliata mi induce a saccheggiare altre pagine del compendio del Pini…





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