Diari lastrigiani

Gino Mignolli


Lo schioppapalle (1/5)

Velato di malinconia il mio pensiero dell’Amo, così vivo e in auge quando Spadaro stornellava specchiandosi affacciato alle spallette dei lungarni fiorentini, ma presto scivolato in agonica sorte con noncuranza generale, solo momentaneamente smessa per l’esondazione del ’66, pur apprezzando i recenti interventi mitigativi nella Piana Lastrigiana.

Amarezza acuita giacché a questo fiume hanno attinto gli italici progenitori e le cui acque oggi lambiscono ponti e palazzi, espressioni dell’umana genialità.
Ben lontano dal Falterona è la polla delle mie reminiscenze fluviali. 

Sgorga, infatti, nella Piazza del Mercato al centro dell’alta cinta muraria turrita e merlata che il Brunelleschi all’inizio del Quattrocento eresse a difesa della Lastra, importante borgo al tempo per l’attività tessile di Firenze, dove nell’immediato dopoguerra fu installata una fontanella comunale.

Dal basamento in muratura, ben inserito nel contesto, con l’apice e la vaschetta di scolo che davano forma a speculari semicerchi, intonacato “senza velo” a cemento, simile ad un monoblocco di pietra serena, aggettava il bronzeo beccuccio della fontana, lucido per l’assiduo uso, comandato da un pulsante mollato da cui copiosamente l’acqua sgorgava, sprigionando la forte pressione impressa dall’alto deposito di Calcinaia, alimentato dalla “Fonte di S. Antonio”, rinomata per la sua purezza.

Oggi, alla sua foce nel Rimaggio, un costante crocchio, con taniche e bottiglioni, confabula nell’attesa e d’estate fino a notte fonda.

Era a questa conca che la mamma m’intimava di riempire la mezzina di rame e l’“autarchico” secchio di brattea zincata, col manico e le fasce ai bordi in piattina d’ottone, aggiustato da un lontano parente meccanico nelle Officine De Micheli di Firenze, opaco per le troppe strofinate materne con la lana d’acciaio, ancor più in contrasto rispetto agli ambrati riflessi dell’altro boccale.

All’evenienza, lesto le disubbidivo attingendo l’acqua di nascosto alla vecchia pompa a stantuffo proprio dirimpetto al nostro portone, attestata al pilastro mediano del portico dello Spedale di S. Antonio, che aspirava l’acqua da un pozzo dall’incerta potabilità, per le doccionate lì convogliate delle tante falde di copertura di questo vitruviano edificio, attribuito all’Alberti per credenza paesana.

Ricorrevo a questo sotterfugio per accorciare il tragitto, risparmiando quelle energie che mi abbisognavano, specialmente per la spola nelle giornate di bucato, per affrontare le ultime rampe dell’acclive scala che sbarcava proprio sull’uscio di casa.

Erano tre grandi stanze di passo e un salottino, aldilà dell’andito condominiale, nel sottotetto al terzo piano di un vecchio ed anonimo edificio, spartanamente rifinito, dimora aerata, benché carente nella finestratura, per le non poche tegole sbeccate che con catini e bacinelle ben piazzati, i rovesci dotavano, almeno al momento, d’acqua corrente!

Il comune desiderio della bella stagione in me diveniva irrefrenabile aspettazione.

L’arrivo dell’estate mi ubriacava di piaceri a lungo attesi: la mai amata scuola finalmente così lontana, il mio compleanno per poter gustare il succulento coniglio in dolce e forte arricchito di cioccolata e pinoli, ingredienti con cui la mamma avrebbe farcito anche la classica mantovana, tradizionali piatti a perenne gratificazione di questa mia ricorrenza, la campagna nel suo splendore che con le ciliegie avviava la stagione dei frutti; ma soprattutto potevo andare sull’Amo, evasione piacevolissima che oltre a permettermi scialacquatori lavaggi, mandava in vacanza la mia “mansione acquaiola”.

Dopo pranzo, con le canoniche raccomandazioni materne, accompagnato da mio fratello maggiore - e la domenica anche dal babbo - mi avviavo felice verso il fiume con un piccolo asciugamano di tela e dei pantaloncini, una volta elasticizzati, presto slabbrati ancorché i rammendi della vecchia zia di casa, arrotolati su un pezzo di sapone di Marsiglia e tenuti ben stretti sotto l’ascella.

Lasciata Viagora e oltrepassato il gran casolare dei Pratella, di passo svelto, se non di corsa, salivo sull’argine maestro fino alla strada vicinale che, poco avanti il Ponte di Rimaggio, scendeva in golena, disimpegnando i fertili campi rigogliosi di messi e ortaggi che tappezzavano l’intera zona racchiusa dall’Arno, dal ricordato Rimaggio e dall’altro affluente a monte, il Vingone. 



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