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La tradizioni popolari di Santo Stefano a Calcinaia. Alessandro De Gubernatis, Lastra a Signa (1894)

Proemio



Santo Stefano di Calcinaia è un piccolissimo popolo sparso sopra un ridente colle, ricco di viti e uliveti, che sovrasta Lastra a Signa, sopra la sinistra dell'Arno, a sette miglia da Firenze.

Quando Lastra a Signa era un piccolo castello chiuso a fortezza Medicea, Calcinaia era luogo di amena villeggiatura a molte nobili famiglie fiorentine.

Più tardi, alcune famiglie scesero al piano, e il luogo rimase quasi deserto; le antiche ville divennero case da pigionali, e i Calcinaioli parvero alquanto imbarbarirsi.

Ma questo stato di rozzezza del popolo giovò forse per mantenerne fino ai dì nostri più intatte le usanze e superstizioni locali.

Nella stessa villa nostra, che fu già nel Cinquecento, de' Pandolfini, è voce che s'aggirino ancora gli spiriti, che compaiono ombre di morti, e che si celino tesori; a me, invece di trovarne, è accaduto, con molti muramenti, di seppellirne; ma questo non ha nulla a che vedere col Folk-lore.

Ciò che qui importa è il notare come il popolo di Calcinaia continui ancora a raccogliersi in sè stesso; come, nelle veglie contadinesche, si rinnovi freguente la gara del canto improvviso, la novella non di rado assai gaia, la filastrocca bizzarra, l'indovinello concettoso, come geniale trattenimento.

Tutto il volume che mio figlio ha messo insieme, nella scorsa estate, è pressapoco quanto rimane ora di tradizionale presso un popolo, che, fino a quindici o vent’anni innanzi, rimaneva intieramente analfabeta.

Ora una piccola scuola e una società di lettura e di mutuo soccorso sono venute a mutare alquanto le condizioni morali e intellettuali del popolo di Calcinaia: onde è a prevedersi che molte cose che i vecchi sanno ancora, i giovani non le racconteranno più o le dimenticheranno, e che molti de’ giovani tornati dal servizio militare, più istruiti introdurranno nelle case rurali consuetudini più civili o, almeno, più conformi al costume generale dell’ età nostra.

Giova, pertanto, affrettarsi a raccogliere; e chi sa che il raccogliere non sia pure, in molti luoghi, il mezzo di conservare, di mantenere quella parte di tradizione che è degna d continuare a vivere.

A meno dunque che non si riesca a far rivivere le buone tradizioni, è a prevedersi che, fra un mezzo secolo, rimarranno poche traccie in Calcinaia del materiale folk-lorico raccolto nel presente volume.

All’infuori delle novelline popolari, alle quali se ne aggiungono alcune inedite, che a me, or sono venticinque anni, quando raccolsi e quindi pubblicai le Novelline di Santo Stefano di Calcinaia nella Rivista Contemporanea di Torino, non erano state raccontate, tutto il resto non ha mai veduto la luce, e mi sembra meritare l’attenzione de’ folk-loristi.

Il numero degli stornelli e degli indovinelli non è scarso, per essere stati raccolti in una sola brevissima zona di terra toscana, fra Calcinaia e Vigliano.

Ma, più ancora che al numero, si può, con qualche meraviglia, guardare alla qualità.

Pochi sono i Rispetti, la forma forse più colta della poesia popolare nella nostra regione peninsulare; l’ottava, più o meno elaborata, ritorna ancora frequente nella bocca degli improvvisatori che si sfidano talora al canto, innanzi ad un fiasco di vino, nello veglie di Calcinaia.

Ma lo svelto stornello, il lavoro de’ pagliaioli e delle pagliaiole, poesia più facile, più spontanea, più rapida, più viva, e più atta a rendere l’ immagine del popolo, e il suo spirito pronto.

Molti degli stornelli non possono essere pubblicati, a motivo della loro nota estremamente licenziosa.

Lo stesso carattere hanno gli indovinelli, un genere di letteratura nel quale si esercita di preferenza l’immaginazione e lo spirito arguto del popolo.

Sono quasi tutti equivoci; all’apparenza, sembrano osceni; ma, nel fatto, rappresentano una parola innocente.

Questa malizia popolare è antica quanto la storia dell’ umano linguaggio; l’equivoco osceno ha dato origine ad un gran numero di miti, non escluso quello di cui gli Elleni fecero, con le loro meravigliose trasformazioni artistiche, una cosa divina il mito di Prometeo, che incominciò con uno scambio tra il bastone fallico e il bastone generatore del fuoco, per terminare con la figura luminosa di un redentore del genere umano.

Ma la ricchezza di questi indovinelli, ed il favore che incontrano, pur sempre, nelle veglie invernali, alle quali anche le ragazze assistono, è pure indizio che quella creduta grande semplicità del nostro popolo è una illusione nostra.

L’ ignoranza non è quasi mai priva di arguzia e di malizia.

A veglia, quando alcuno propone un indovinello equivoco, s i ride, e si nota pure chi ha riso, per aver capito; ma poi trionfa l’autore a il dicitore dell’ indovinello, mostrando agli astanti troppo maliziosi, che essi hanno preso un abbaglio.

La brigata de’ giovanotti e de’ vecchi continua a ridere; ma la donna creduta casta e la fanciulla che volea parere innocente, fanno il viso rosso, per avere scoperta e tradita la loro malizia.

E, in ogni modo, la veglia rimane, oltre che un passatempo, una scuola di grande malizia alla gente del nostro contado.

Le usanze e le credenze superstiziose del popolo di Calcinaia rassomigliano, senza dubbio, nella massima parte, a quelle d’altri luoghi tuttavia, è meraviglia trovarne ancora in così grande numero, in vicinanza di Firenze, dov’è passata tanta civiltà, anzi la più fine civiltà d’Italia.

Degna pure di nota è la ricchezza delle giaculatorie o preghiere d’ indole schiettamente popolare.

Esse si accostano, più che alle orazioni della Chiesa, al genere delle Laudi che Fra Jacopone da Todi mise in voga nella letteratura colta, traendo, senza dubbio, egli stesso l’ ispirazione dalle Laudi e giaculatorie popolari umbre del suo tempo.

In queste preghiere i santi e le sante prendono poi spesso una nuova figura, più domestica, e un carattere spesso ignoto alla tradizione ieratica.

Voglio notar qui la figura di San Torello, protettore delle partorienti, del quale si narra che, invocato da una donna sopra parto, ne prese sopra di sè tutti i dolori.

La Chiesa, all’ infuori di Poppi nel Casentino, ove la leggenda lo fa nascere e vivere tra lupi, non si è occupata molto di questo santo popolare toscano.

Ma, poich’esso vive nella immaginazione del popolo, convien pura occuparsene.

Ora io penso veramente che la credenza superstiziosa in questo santo, un po’ eterodosso, muova dalla sola personificazione del letto nuziale e matrimoniale, il torus, propriamente uno strato soffice, un materasso che doveva agevolare la povera partoriente, diminuirne lo strazio e prenderne sopra di sè i dolori.

Torello non può essere altro che un diminutivo di torus.

Gli antichi invocavano Giunone, Junonemque toris quae praesidet alma maritis cioè ai letti coniugali.

Le nostre partorienti invocano tuttora Sant’Anna e San Torello, che, tradotto in lingua più moderna... dovrebbe equivalere a San Materassino.

È dizione ancora in uso: essere sul materassino , per trovarsi in grande pericolo, anzi in pericolo di vita.

La partoriente che si trasporta sul materassino per agevolarle il parto, si raccomanda dunque naturalmente al materassino, a Torello, perché l’aiuti e la salvi.

Ecco, dunque, in qual modo la tradizione si continua e, trasformandosi, può deviare, dando origine non solo a nuove figure del linguaggio, ma a nuovi tipi dell' immaginazione popolare.

La personificazione casentinese può essere istruttiva.

La storia ufficiale del Santo incomincia nel secolo XVI.

Prima egli viveva nella sola tradizione popolare, che ne aveva fatto un solitario, cacciatore di lupi e liberatore d' indemoniati.

Ho incominciato la serie dei volumi di tradizioni locali, con quelle di Santo Stefano di Calcinaia; e non lo feci a caso.

Mi parve che, se ha potuto darci tanto un umile popolo del contado fiorentino, dove si può supporre che la frequenza della vita civile abbia rinnovato per modo il costume, da fare scomparire ogni traccia delle consuetudini e credenze tradizionali, si possa lo stesso lavoro intraprendere con maggiore fortuna e con migliori risultati in altre terre italiane più segregate dai grandi centri della nostra vita civile.

Per rifare le nostre storie municipali è necessario avere alle mani tutto questo nucleo di prime e schiette tradizioni locali.

La storia de' grandi uomini e de' grandi fatti è già stata scritta, e rimane cosa intieramente aristocratica.

La storia popolare la possederemo soltanto quando avremo, con l'aiuto delle tradizioni popolari, bene compreso il modo di vivere, di pensare, di ragionare, di sentire, di parlare di ogni grande e di ogni piccolo popolo d'Italia.

La nostra Biblioteca vorrebbe, in somma, fornire i primi elementi, i primi materiali ed una rinnovata e più viva Storia Naturale.

Roma, 9 ottobre 1893

ANGELO.DE.GUBERNATIS



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