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Tripetetolo,la casa del popolo


Quella che segue non pretende di essere la storia ufficiale della Casa del Popolo Tripetetolo e della sua inaugurazione, avvenuta il 25 aprile 1954.

Abbiamo preferito affidarci alle memorie e ai ricordi delle donne e degli uomini che presero parte a quella indimenticabile esperienza.

Certo, dopo molti anni, il ricordo potrà essere pieno di lacune e a tratti sbiadito, ma per noi era importante soprattutto rendere omaggio a queste persone e dare testimonianza del loro forte impegno e sacrificio, che diventa ancora più significativo se pensiamo alle condizioni in cui versava il paese subito dopo il conflitto mondiale.

Spazio dunque al racconto e alle parole dei protagonisti. 

In principio era la Tarpa. Così veniva scherzosamente chiamata la piccola stanza dove alcuni abitanti di Tripetetolo iniziarono a riunirsi attorno al 1946, quello stesso nucleo di persone che pochi anni più tardi avrebbe dato vita all’odierna Casa del Popolo.

La Tarpa, abbiamo detto, così definita perché i suoi locali si trovavano in un seminterrato (tanto che passava acqua dai muri), era in realtà una sede di dimensioni piuttosto esigue, ma sufficiente per accogliere il bisogno della gente di stare insieme:
“C’era tanta miseria, e la miseria ti lega”
Questo luogo sorgeva poco distante dall’attuale Circolo “Le due Strade” dove sorgeva la Tarpa.

L’edificio fu abbattuto per i danni subiti durante l’alluvione del 1966.

Con il paese appena uscito dalla guerra, grande era la voglia di voltare pagina, soprattutto per chi aveva sofferto la brutalità e la repressione del regime fascista a causa delle proprie idee.

L’esperienza partigiana, molto forte nella provincia fiorentina, aveva lasciato in molti la coscienza che al desiderio di cambiamento e alla ricerca di aggregazione dovesse accompagnarsi un profondo impegno politico.

Ed è questo sentimento che anima le donne e gli uomini protagonisti della nostra storia:
“Sono nata comunista e morirò comunista. Sulla mia tomba metterete falce e martello”

Orgogliosi di esibire la bandiera rossa, quelli della Tarpa subito si dettero da fare per organizzare semplici attività ricreative.

Nel bar del circolo, già denominato Le Due Strade, e presiedutao da Alfiero Cappelli “qualche caramella, biscotti Masini e vino a mescita”, con i compagni che a turno davano una mano al bancone.

I rifornimenti erano effettuati a tarda sera, all’uscita dal lavoro.

Gli uomini, noncuranti della stanchezza, inforcavano la bicicletta e via!, per le viottole di campagna, arrivando addirittura fino a San Donnino, non perché la merce fosse più conveniente ma, pare, perché qualcuno aveva preso una cotta per la bottegaia:
“…capisci, l’era una donna attiva. La pigliava la scala e montava… in Padreterno!” 

Se l’aspetto del bar ci appare oggi molto diverso, i giochi erano gli stessi che conosciamo tuttora: la tombola e le carte. 

Il ricordo corre a leggendarie partite di briscola, che videro in prima fila anche qualche combattiva signora. Ci preme sottolineare, partendo da un episodio divertente, il ruolo che le donne ebbero in questa vicenda. Giovani, spesso adolescenti, non ebbero alcuna esitazione nel prendere la tessera del PCI e svolgere un ruolo pubblico attivo, in sfida ad una mentalità che perlopiù voleva la donna tra le mura di casa. Il contributo femminile fu dunque decisivo per la nascita della Casa del Popolo.

Per alcuni anni, la Tarpa servì egregiamente alla causa della comunità di Tripetetolo, ma era chiaro che si trattava di uno spazio provvisorio, e la grande energia profusa nelle iniziative del Circolo doveva rendere più urgente la necessità di costruire un luogo in grado di rappresentare un punto di riferimento per Lastra a Signa: la Casa del Popolo.

Siamo nel 1950.

L’idea nacque quasi per caso, durante una chiacchierata notturna, alla notizia che il terreno sul quale sorge l’attuale edificio era in vendita.

Di lì a poco, la costituzione del Comitato pro costruenda Casa del Popolo diventava cosa fatta. L’acquisto si presentò laborioso, giacché l’allora proprietario era di fede politica avversa, per cui prudenza suggerì di affidarsi alla mediazione di un uomo di paglia - un prestanome, diremmo oggi.

Non tutti i nostri intervistati sono d’accordo, ma sembra che il vecchio padrone, pur a conoscenza del sotterfugio, alla fine non si sia opposto alla costruzione e “non aprì mai il becco”, mostrando un sentimento di umana solidarietà ben superiore ad ogni differenza di pensiero.

Di tono opposto fu la reazione di alcuni vicini, che alla vista della nascente struttura preferirono chiudere per sempre le finestre. 

La somma occorrente fu racimolata in buona parte grazie agli incassi del bar della Tarpa, che, con questo simbolico passaggio di consegne, chiuse in bellezza la propria avventura.

Un ulteriore contributo arrivò dagli stessi frequentatori del circolo e dagli abitanti della zona, tramite sottoscrizioni di quote spesso rilevanti per l’epoca, nella consapevolezza che difficilmente sarebbero state rimborsate.

Le donne rammentano con fierezza le 100 lire destinate alla causa tutti i fine settimana, considerando che non di rado avrebbero fatto comodo, con una famiglia alle spalle.

Ma, di fronte al progetto della Casa del Popolo, ogni rinuncia sembrava giustificata. 

Fatto il primo passo, bisognava ora pensare al resto dell’opera:
“E di lì si cominciò a dire: "Siamo tanti contadini; tutti s’aveva la bestia. S’andesse a levare un po’ di rena in Arno, si potrebbe fare almeno i fondamenti".

E gli andette a finire… insomma… gli entrò un grande entusiasmo…”… che, giorno dopo giorno, le fondamenta vennero terminate per davvero.

Il lavoro veniva portato avanti dopo cena e la domenica, in un clima di festa, con l’aiuto di tutti: chi strappava “i rovi e l’erbacce”; chi scavava la terra; chi andava col barroccio al fiume per prendere ghiaia e sabbia. In breve, “si faceva una vita da leoni”.

Anche i ragazzini vennero chiamati a fare la loro parte: “…ci mettevano in tre, quattro, cinque a pestare per far assestare le fondamenta … c’erano certe pietre grosse così!”

Un lavoro certo ben fatto, visto che la solidità della Casa del Popolo e l’assenza di vibrazioni al passaggio di auto e mezzi pesanti, sono ancora motivo di vanto per i nostri amici.
Altro compito riservato ai più giovani era quello di andare in giro dai contadini della zona a raccogliere “qualche fiasco di vino o una ruzzola di pane” per ristorare i volontari. 

Piccoli omaggi che erano concessi senza problemi, a riprova dell’altruismo e della disponibilità presente fra la gente.

Possiamo intuire, dalle parole e dagli sguardi di chi racconta, quale fosse l’euforia che circondava il gruppo di Tripetetolo, l’euforia di persone umili che pian piano vedevano il proprio progetto diventare realtà.

Una volta terminato l’impiantito del bar, fu indispensabile ricorrere a manodopera professionale, e dunque ad un nuovo sforzo per reperire i fondi necessari.

La Federazione provinciale del PCI si impegnò a procurare esperti di fiducia, che avrebbero prestato la loro collaborazione a condizioni vantaggiose.

Il Comitato, dal canto suo, organizzò varie iniziative che consentirono di rimpolpare le casse, tra cui le classiche lotterie e proiezioni di film al cinema Moderno. Un importante appoggio arrivò da alcune generose associazioni: ricordiamo fra queste la Casa del Popolo di Sesto Fiorentino e il comitato operai della Pignone.  

I lavori procedevano di buon grado, ed i nostri ebbero l’onore di ricevere al cantiere la visita del senatore Terracini, reduce da un comizio allo Stadio del Bisenzio.

Finché, all’inizio della primavera del 1954, l’edificio fu pronto per l’inaugurazione. Il taglio del nastro avvenne il fatidico 25 aprile, alla presenza dell’allora sindaco di Lastra a Signa Eligio Biagioni e di una folla gioiosa, venuta a salutare quell’evento così significativo non solo per Tripetetolo, ma per l’intero paese. Da quel giorno, infatti, la Casa del Popolo sarebbe diventata una presenza familiare fra i cittadini - “Anche i sant’ilari”, rammenta compiaciuto uno dei fondatori - legando strettamente le proprie vicende con quelle della comunità lastrigiana. 

Il Circolo ospitava, oltre al bar, alle carte, tombola e biliardo, anche le attrazioni più recenti, il juke-box e la televisione, che incontrarono subito un ottimo gradimento.

Ma il fiore all’occhiello era senza dubbio il Dancing Milleluci, aperto nell’autunno dello stesso
anno. Gli spettacoli del Dancing si svolgevano nella sala grande al primo piano, il sabato e la domenica, ed erano rivolti ad ogni fascia di età: al pomeriggio la rivista di varietà e alla sera ballo con orchestra.

Ogni fine settimana decine e decine di persone affluivano alla Casa del Popolo, tanto che le vetture in sosta “arrivavano fino alle Merci” e in sala non si trovava un tavolo libero “neppure per i consiglieri”, i quali - ne siamo convinti - di fronte al successo dell’iniziativa, cedevano volentieri il proprio posto. 

Con queste ultime immagini di allegria e divertimento, il nostro viaggio giunge al termine.

Attraverso brevi ma intensi episodi abbiamo scoperto come dall’entusiasmo, dal sacrificio, dalla voglia di stare insieme di un gruppo di persone sia stato possibile realizzare un grande sogno: la Casa del Popolo di Tripetetolo.

E quello spirito, quei valori, quegli ideali sono l’esempio che quotidianamente anima i soci, i volontari, i frequentatori del Circolo, e che ci impegniamo a portare avanti per tanto tempo ancora.

Tratto dal volune 50 anni insieme edito nel cinquantessimo anniversario della fondazione del circolo (25 aprile 2004).



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